Giuseppe e Giovanni il Battista: due modi diversi di essere profeti di fronte all’attesa.

 

Il profeta è un testimone perché il testimone in senso evangelico non deve essere autoreferente, ma rimandare ad un Altro.  Ogni vita  si fa profezia nella misura che accoglie le richieste del Signore che la segna con una esperienza unica, rivelante un rapporto particolare non solo con Dio, ma anche con il popolo, per il popolo. Lo vediamo in Giuseppe e Giovanni il Battista.

Mentre Gesù cresceva a Nazaret “ in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini” (Lc 2,52), cresceva anche Giovanni e iniziava la sua missione diventando il Battista. Forse Giuseppe era ancora vivo e seguiva le voci che circolavano su di lui, comprendendo forse più di altri perché anche la propria vocazione, al di là delle circostanze forse dai più dimenticate, era stata fuori le righe, straordinaria anche se in  altro modo, rispetto al Battista che non segue la via paterna sacerdotale.

Giuseppe e Giovanni il Battista sono sicuramente le due figure maschili che più hanno inciso nella formazione di Gesù, anche se ci è detto tanto poco di loro, per cui non sappiamo se e quanto siano stati in relazione. Se Giuseppe ha il ruolo del padre, Giovanni è stato come un fratello maggiore, tanto più che nel vocabolario allora non si distingueva tra fratelli e cugini.

Le vie del Signore non sono quelle degli uomini, e Giuseppe e Giovanni lo hanno vissuto nella loro carne ritrovandosi a vivere vocazioni inaspettate, Giuseppe come custode di una vergine e di un figlio non suo   e Giovanni di famiglia sacerdotale come uomo del deserto (esseno?), profeta, precursore di un altro. Sicuramente sono vie che non avevano immaginato, ma si sono imposte a loro dal di dentro di una loro disponibilità all’ascolto del Signore, della loro vita radicata nella Parola.

Le loro sono vie diversissime, una tessuta di normale quotidiano di lavoro e famiglia, una piena di strade, gente e parole scomode, e se Giovanni di persone come Giuseppe ne avrà incontrate tante, Giuseppe forse, solo a sentir parlare delle vicende di Giovanni, sentiva battere il cuore pensando al mistero di quel figlio non suo, a Gesù.

Giovanni anticipa la predicazione smascherante di Gesù soprattutto nei  riguardi di farisei e sadducei (forse da lui di famiglia sacerdotale particolarmente incuriositi), ma le persone, diciamo come Giuseppe, che chiedono “Che cosa dobbiamo fare?” si sentono  invitare alla condivisione, alla sobrietà, alla giustizia del loro mestiere, cose che Giuseppe sicuramente osservava. (cf Lc 3,10-14).

Giuseppe era la radice per Gesù, Giovanni l’ala che invita a volare.

Dei versetti di Rilke pregano: “Signore dona a ciascuno la sua morte / il morire che vien da quella vita/ dove trovava amore, senso, affanno” e ci portano a considerare la morte dei nostri due personaggi.  Ambedue muoiono prima che il ministero di salvezza di Gesù giunga a piena rivelazione; in modo diverso ambedue spariscono nella notte della fede: uno non ha visto forse partire Gesù da casa e inaugurare la sua missione, l’altro lo ha visto diverso dalle sue attese.

Di comune  hanno il loro procedere nella notte: parole e visioni che li hanno raggiunti non hanno fugato il mistero che erano chiamati a vivere , ambedue forse si sono ridetti tante volte  il versetto di Isaia 50,10 “Colui che cammina nelle tenebre, senza avere luce, confidi nel nome del Signore, si affidi al suo Dio”.   E questo li rimanda entrambi al comune cammino dei profeti, anche se uno vi è richiamato con i suoi muti interrogativi e l’altro con il suo annuncio, a cui segue il carcere e  l’interrogativo esplicito  “sei tu colui che deve venire …”( cf Mt 11,2-6)

E Gesù, nella sua stessa vita pubblica, annunzia e ricerca il silenzio: due aspetti molto compresenti nella vita di Gesù, forse non senza la scuola offerta a lui  dal custode  e dal precursore.

Gesù si presenta come Figlio dell’uomo, espressione che rimandava alcuni a Giuseppe in quanto di per sé voleva dire semplicemente “uomo”, altri al Messia glorioso come lo presentava Daniele , senza, per noi,  contrapposizione perché tra le attese messianiche vi era accanto al messia regale e a quello sacerdotale (Qumran) anche un messia  sofferente  legato alla figura  del Giuseppe della Genesi prima che al Servo di Isaia in cui si leggevano più le vicende del popolo che di un singolo, ma per Giuseppe e il Battista ai tempi di Gesù, accanto alla figura  del Messia davidico   restava solo la figura  del profeta  che doveva aprire i tempi nuovi e che, se autentico, sarebbe stato rifiutato dai capi e dal popolo perché scomodo come lo erano stati gli altri profeti. 

Nella sua bottega Giuseppe avrà ascoltato tante voci sulle attese che animavano i suoi compaesani vicini e lontani, su quanto accadeva in Giudea, sui passi del Battista, sulla stessa comunità di Qumran….Non dobbiamo pensare che la vita della famiglia a Nazaret fosse ovattata, vita oscura va intesa come marginale,  ordinaria, ma non disinteressata alla storia e a Giuseppe non potevano non tornargli vivide in mente  la profezia di Simeone e le parole di Anna.

Molti pensieri Giuseppe forse li custodiva  nel cuore per non allertare Maria e  se li sarà portati in silenzio nel mistero della morte con la speranza della promessa, profezia di una consegna al mistero del compimento che ogni credente è chiamato a vivere.

Il Battista aveva dei discepoli con cui condividere i propri pensieri, ma sappiamo quanto questi restino incerti anche dopo aver indicato ad alcuni dei suoi che dovevano seguire Gesù e lo restino fino a quella sua morte vicina all’assurdo, profezia di quella di Colui che aveva annunziato come più grande.

Con  Giuseppe liberiamo la nostra immaginazione “devota”, mentre non ci si stanca di approfondire la figura di Giovanni il Battista via via che cresce lo studio dei tempi di Gesù e del movimento Esseno. Dimentichiamo che quanto si scopre  ricade in pieno sulla figura di Giuseppe: il mondo dei poveri di Jahwè tutti attesa di un redentore era ben più variegato di quanto spesso pensiamo. Accostare Giuseppe e il Battista è come toccare  i due limiti opposti di questa attesa, due vocazioni ben diverse, sempre presenti anche tra noi credenti oggi: chi vive profondamente ciò che accade  portandolo nel cuore davanti al Signore, affidandoglielo, lasciando che dentro il proprio cuore si aprano caverne di misericordia, e chi è chiamato ad alzare la voce, scuotere le coscienze, far cogliere le contraddizioni…. e indicare apertamente che siamo tutti fratelli e sorelle riconciliati in Cristo. L’importante è sempre avere l’orizzonte del Regno già presente e da venire in pienezza, vivere il già e non ancora come Giuseppe e Giovanni il Battista.