Come il Signore parla agli uomini: dalla Bibbia alle Icone, dalle icone alla Bibbia. Dall’Annunciazione alla Resurrezione.

La figura annunziante.

Il titolo è solenne ma le mie parole vogliono essere più la testimonianza di una esperienza che un apporto teorico, avvalorata dagli anni, più che, ormai, dagli studi, che pure ho fatto.

Il centro del mio discorso resta l’episodio dell’ Annunciazione, in questa riproduzione. Le icone nascono legate al mistero della incarnazione che ha nell’Annunciazione la sua porta, la sua radice, come  presenza misteriosa del divino nell’umano e nell’intera creazione; l’incarnazione è mistero insondabile anche per gli stessi angeli, trasforma la loro relazione con gli umani, il rapporto cielo –terra[1].

Quest’ultima cosa è messa in evidenza in due Poesie di Rainer Maria Rilke[2]  che sentiva nella presenza dell’angelo tutto il mistero del trascendente e sostava  su come  vivevano l’incontro, che noi chiamiamo Annunciazione , sia l’angelo  che Maria, ma direi soprattutto l’angelo.

Nel 1902 scriveva  Annunciazione  (Le parole dell’Angelo)

Tu non sei più vicina a Dio

di noi: siamo lontani

Tutti. Ma tu hai stupende

benedette le mani.

Nascono chiare a te dal manto,

luminoso contorno:

io sono la rugiada, il giorno,

ma tu, tu sei la pianta.

Sono stanco ora, la strada è lunga,

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[1] Cf S. Bulkgakov La scala di Giacobbe, Lipa.

[2] Potevo rivolgermi a testi della tradizione bizantina, ma, a volte mi pare  che abbracciare secoli diversi sia una fonte di ricchezza

perdonami, ho scordato

quello che il Grande alto sul sole

e sul trono gemmato,

manda a te, meditante

(mi ha vinto la vertigine).

Vedi: io sono l’origine,

ma tu, tu sei la pianta.

Ho steso ora le ali, sono

nella casa modesta

immenso: quasi manca lo spazio

alla mia grande veste.

Pur non mai fosti tanto sola,

vedi: appena mi senti;

nel bosco io sono un mite vento,

ma tu, tu sei la pianta.

Gli angeli tutti sono presi

da un nuovo turbamento:

certo non fu mai così intenso

e vago il desiderio.

Forse qualcosa ora si annunzia

che in sogno tu comprendi.

Salute a te, l’anima vede:

ora sei pronta e attendi.

Tu sei la grande, eccelsa porta,

verranno a aprirti presto.

Tu che il mio canto intendi sola:

in te si perde la mia parola

come nella foresta.

Sono venuto a compiere

La visione santa.

Dio mi guarda, mi abbacina….

Ma tu, tu sei la pianta.

E nel 1912  scriveva  L’annunciazione di Maria

Non perché l’angelo entrò (riconosci questo)

lei provò timore. Come pochi altri, quando

un raggio di sole o della luna, nella notte,

nella loro stanza compie la sua opera,

sobbalzano -, così accadeva a lei per la figura

in cui andava un angelo, d’indignarsi:

non supponeva lei che questa sosta

così difficile fosse per gli angeli. (Oh, se noi sapessimo

come pura lei era! Non la guardò una cerva,

un giorno, nel bosco, mentre giaceva,

non si smarrì a tal punto in lei

che concepì per lei senza accoppiarsi l’Unicorno,

l’animale di luce, il puro animale?).

Non perché entrò, ma perché vicino

l’angelo curvò verso di lei un viso

di giovinetto; perché lo sguardo di lui e il suo

che in su rispose si incrociarono

come se tutto fosse vuoto intorno a loro,

e ciò che milioni d’altri sguardi hanno cercato,      

          raggiunto, sopportato

in loro fosse penetrato: solo lei e lui;

guardare e guardato, occhio e gioia dell’occhio

in nessun altro luogo se non qui -; vedi,

questo dà timore. Ed entrambi provarono timore.

Allora l’angelo cantò la propria melodia.

Altre annunciazioni per ricordarci la tradizione iconografica 

Ochrid   Decani

Possiamo dirci subito che la creazione tutta,  nelle icone, resta per lo più nello sfondo, a volte si traduce in semplici tracce, vive, rallegranti, quali un prato, delle pianticelle e dei fiori (e in alcune montagne, acqua), mentre nel quotidiano la creazione stessa può essere occasione per l’uomo di una esperienza spirituale profonda, ma nelle icone, il Creatore si fa creatura, anche per i mezzi usati (terre, uovo, tavola), si fa storia di salvezza per quanto rappresenta e quindi una icona è di per sé evento cosmico, luminoso, aperto all’infinito e alla profondità interiore: l’oro esprime questo prima ancora dell’angelo, che comunque nell’icona dell’annunciazione lo rafforza.

L’annuncio a Maria avviene fuori dal tempio, quello di Zaccaria nel tempio: dentro il santo dei santi, dove un tempo era l’arca dell’alleanza con i cherubini (Es 25,18-22), era più scontato che l’esperienza interiore si traducesse con la presenza di un angelo, che invece è sorpresa per Maria, sia che l’incontro sia collocato in casa, o al pozzo, o in un giardino.

Certo nell’icona dell’Annunciazione, e in questa in particolare, al centro c’è lo Spirito che raggiunge Maria dal mistero divino, dalla Trinità (in seno alla quale è stata decisa l’incarnazione direbbe Sant’Ignazio di Loyola), mistero rappresentato in vario modo nella lunetta sopra l’icona.

Non manca poi nelle mani di Maria il filo rosso[3], particolare non biblico (è nell’apocrifo Vangelo di Giacomo[4]), ma costante nella tradizione, al punto da non mancare quasi mai: i due elementi (lo Spirito e il filo rosso) sono un forte richiamo alla vita che nascerà[5], come in questa icone lo è anche la radice  che comincia a germogliare, usata dai profeti per indicare il Messia

C’è poi il sedile-trono che sintetizza, direi, l’annuncio dell’angelo:

“Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine.”(Lc 1,31)

Io vorrei soffermarmi sull’Angelo  che è rappresentazione visiva di una esperienza interiore[6] indicibile, simbolo e cifra dell’incontro con il Signore. Nelle sue mani[7]  si esprime l’aspetto benedicente (mano destra)  e quello autorevole, efficace (mano sinistra) con l‘asta/bastone/verga/ scettro/ e anche, a volte, la spada che esprime il potere divino che dà consistenza credibile alle sue parole  e portata  cosmica alla missione ricevuta, anche quando è diretta ad una sola persona (a volte  gli angeli sono rappresentati con la sfera cosmica.

L’esperienza che Maria fa con l’Angelo è da una parte personalissima, ma dall’altra è per il mondo intero, per la Chiesa universale (drappo rosso, edifici).

Ogni profonda esperienza spirituale è così, comunque avvenga, comunque la si dica, non è mai fine a sè stessa, ratifica una missione non per sé, proprio come quella di Maria, anzi possiamo dire che più l’esperienza si innesta nella carne del visitato più è per gli altri, pensiamo, non solo a Maria, ma  anche a San Francesco.

Antico e  Nuovo Testamento ( e non solo, perché angeli sono presenti in altri contesti religiosi[8]) sono pieni di Angeli: preparano e accompagnano l’esperienza di Gesù ed anche la narrazione di lui (Vedi poi nell’arte quante Vergini col bambino sono accompagnate  da angeli e quanto questi compaiono anche  attorno alla croce)

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[3] Già nell’annunciazione alla Porziuncola il filo rosso è sostituito dal libro come le tre stelle del manto della Vergine da tre gigli (verginità prima, durante, dopo il parto)

[4] Maria bambina viene portata al tempio a tessere con altre le cose del tempio, ma a lei tocca il color porpora che è regale, poi viene assegnata a Giuseppe il cui bastone fiorisce (eco episodio di Aronne, Nm 17) o sprigiona una colomba: da qui nelle sue mani il filo rosso, non tesse più il velo del tempio che le sta dietro ma il figlio nel seno.

[5] Il salmo 139,13s dice di ogni vita “Sei tu che hai formato i miei reni e mi hai tessuto nel grembo di mia madre….non ti erano nascoste le mie ossa quando venivo formato nel segreto, ricamato nelle profondità della terra.”

[6] Solo in seguito diventa elemento ornamentale, ma certi artisti moderni come Chagall e Klee ne recuperano l’essenza.

[7] La destra di Maria può esprimere riserbo, esitazione o già consenso.

[8] Con particolare attenzione all’angelo custode, comunque presente anche nella Bibbia Sl 91,11; Dn 3,46-50; 6, 20-24; In Tobia l’angelo ha le sembianze di un amico o è aspetto visivo della Parola che guida i passi del credente. Nelle tradizioni più antiche angeli abitano con gli dei, poi nelle religioni monoteiste, oltre che messaggeri, sono intermediari tra un Dio percepito lontano e l’uomo intimorito.

L’angelo (messaggero/mediatore) è connotato a seconda delle circostanze, vedi gli stessi Arcangeli, Gabriele, Michele, Raffaele, ma dietro c’è sempre l’azione salvifica della Trinità stessa anche se viene rappresentato, come fonte (lunetta) solo il Padre o lo Spirito o l’Angelo/uomo/Figlio.

L’immagine dell’angelo noi la addomestichiamo, la dolcifichiamo, ma per sé è tremenda, sconcerta, non nel senso che incute paura, ma per il fatto che suscita tremore, timore, stupore, confonde; spesso ha poi un fulgore di bellezza che va oltre l’esperienza umana e richiama l’infinito, sconcerta perché non si sa a quale vissuto apra, a quale novità. Anche per Maria l’annuncio, pur se aperto da termini positivi (il profetico “rallegrati” e il nuovo “piena di grazia”) è sconcertante, sconvolgente; in fondo è Giuseppe, che pure riceve un angelo ma in sogno, che la salva dalla lapidazione e/o dalla vergogna/umiliazione di trovarsi incinta in città (cf Dt 22,23-27 che Maria conosceva). Maria sperimenta un disagio umano e la gioia è come rimandata ad un futuro; per lei l’annuncio è prova, come per Gesù l’orto degli ulivi:  prima viene l’oscurità dopo la gioia; queste possono anche coesistere, ma solo al di là del livello superficiale della sensibilità.

Il disagio di un incontro col trascendente, in varie icone, è espresso anche dagli sguardi, quello dell’angelo si pone su Maria più o meno intensamente, ma pieno di rispetto, quello di Maria, in un volto trasfigurato dallo Spirito, raramente è rivolto all’angelo, per lo più è sguardo lontano, pensante, mentre fa spazio dentro di sé; a volte guarda, coinvolgente, verso i fedeli.

Simone Weil definisce la preghiera come attesa e sguardo, mi pare che si addica molto ai personaggi dell’annunciazione!

Spesso tra Maria e l’angelo ci sono vicinanza  e distanza insieme, sono in dialogo ma su due colonne, ai lati dell’abside, su due tavole diverse nei  battenti delle porte Regali, sui portali e a volte hanno atteggiamento statuario altre sono in movimento.[9]

E’ un linguaggio quello dell’angelo, che esprime l’invisibile proprio come si prefiggono le icone. Basta che una icona ci raggiunga nella nostra interiorità, perché tutte ci parlino, anche se quella del primo impatto ci segna forse in modo indelebile. Per alcuni di noi precede la Parola, per altri l’immagine, ma non si possono separare, anche se in alcune icone troviamo elementi della tradizione, e non solo quelli biblici.

Vorrei però   sostare su due cose documentate nella Bibbia:

  1. La figura dell’angelo con la spada
  2. Il fatto che il Signore coinvolge nel suo disegno di salvezza sia attraverso figure di uomo che di angeli: i confini non sono netti in vari episodi, e le più antiche rappresentazioni di angeli sono figure umane: aureole e ali non sono la prima rappresentazione angelica, ma piuttosto aggiunte per significare meglio una luce divina e un potere dall’alto.

Lascio da parte il discorso sull’ospitalità di Abramo e le sue varie rappresentazioni fino a quella di Rublov; ricordo solo alcune altre pagine bibliche dell’A e N T., senza però neppure estendermi all’Apocalisse.

Cominciamo da quella figura di un angelo con la spada messo a custodia del Paradiso.

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[9] Molto creative sono le miniature nei manoscritti: in esse non solo c’+ il pozzo ma spesso  lo Spirito  raggiunge l’orecchio per fecondare Maria (cf sempre gli apocrifi)

Dispose..,i cherubini e il bagliore della spada folgorante per custodire la via dell’albero della vita”. (Gn 3,24)

Alla lettera nel testo biblico si parla di un plurale e di una fiamma di spada folgorante; è interessante notare che il nostro immaginario è guidato, più che dal testo, dalle rappresentazioni, dai mosaici a Michelangelo, comunque nel testo l’angelo è una presenza minacciosa.

In Giosuè tale immagine diventa invece segno che conferma la presenza del Signore nell’operare stesso di Giosuè  che interroga l’uomo con la spada  che gli appare e si dice capo dell’esercito del Signore ( le stelle? gli angeli? Michele?, Israele? di fatto  espressione della regalità cosmica del Signore).

13Quando fu presso Gerico, Giosuè alzò gli occhi e vide un uomo in piedi davanti a sé, che aveva in mano una spada sguainata. Giosuè si diresse verso di lui e gli chiese: «Tu sei dei nostri o dei nostri nemici?». 14Rispose: «No, io sono il capo dell’esercito del Signore. Giungo proprio ora». Allora Giosuè cadde con la faccia a terra, si prostrò e gli disse: «Che ha da dire il mio signore al suo servo?». 15Rispose il capo dell’esercito del Signore a Giosuè: «Togliti i sandali dai tuoi piedi, perché il luogo sul quale tu stai è santo». Giosuè così fece.  (Gs 5,13-15[10])

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[10] E’ quanto già era stato promesso dal Signore a Mosè prima che salisse sul monte con Giosuè suo aiutante, cf  ES 23, 20-24: 

 “Ecco, io mando un angelo davanti a te per custodirti sul cammino e per farti entrare nel luogo che ho preparato. Abbi rispetto della sua presenza, dà ascolto alla sua voce e non ribellarti a lui; egli infatti non perdonerebbe la vostra trasgressione, perché il mio nome è in lui. Se tu dai ascolto alla sua voce e fai quanto ti dirò, io sarò il nemico dei tuoi nemici e l’avversario dei tuoi avversari. Quando il mio angelo camminerà alla tua testa e ti farà entrare presso l’Amorreo, l’Ittita, il Perizzita, il Cananeo, l’Eveo e il Gebuseo e io li distruggerò, tu non ti prostrerai davanti ai loro dèi e non li servirai; tu non ti comporterai secondo le loro opere, ma dovrai demolire e frantumare le loro stele.”

La scena rimanda alla fine della benedizione di Mosè in Dt 33,29 in cui si dice: “Il Signore è lo scudo della tua difesa e la spada del tuo trionfo”.

La spada, come il fuoco nel roveto ardente (cf Icona di Mosè), rimanda all’autorevole azione di Dio come il bastone/l’asta, ma la spada e il fuoco rappresentano esperienze spirituali di grande forza, divoranti, purificanti[11].

Giosuè è un personaggio biblico a cui poco si dà spazio, se non in cicli di storia della salvezza che non possono saltarlo, ma rappresentano il guerriero e forse quasi mai ne ricordano la formazione, la vocazione e la visione. C’è nel ciclo di mosaici antichi in Santa Maria Maggiore che la riporta ma  in stile trionfale, la scena della visione di Giosuè non ha quindi la densità interpretativa di quella di Chagall, che comunque mette alla figura che appare le ali.

Giosuè da questa visione teofanica è confermato nella sua vocazione[12]

Come nel roveto, si tratta  della Signoria di Dio sulla storia di una persona e in contemporanea sulla storia di un popolo, dell’umanità tutta. E’ così per Maria, ci è più facile percepirlo, ma è così per Giosuè che prefigura la vicenda di Gesù (stesso nome) ed è così per Francesco e per ciascuno di noi che siamo chiamati a ripresentare questa Signoria di Dio nella nostra vita, nel nostro tempo.

La promessa della presenza divina che non viene meno è significata per Israele, e se vogliamo anche per noi con un angelo, “Il Signore per te darà ordine ai suoi angeli di custodirti in tutte le tue vie” (Sl 91,11)

Francesco e tutti i santi ci ricordano che si dipingono le icone per entrare nel mistero del Figlio di Dio e delle realtà celesti, ci ricordano che siamo chiamati a diventare icone viventi: la contemplazione delle icone che ci guardano e ci attirano dentro la scena o la figura del santo vogliono portarci a questo percorso.

Altra figura di angelo con la spada la troviamo, in Numeri 22,  nell’episodio di Balaam nelle steppe di Moab (non ci è detto, ma con gli Israeliti ci sarà stato anche Giosuè), dove un angelo (nelle catacombe compare come uomo)  con la spada sguainata prima si fa vedere tre volte dall’asina di Balaam, ne devia il cammino e la rende parlante, finchè Balaam stesso non vede l’angelo, quale inattesa presenza del Signore, col quale, lui pagano, aveva già discusso sul cosa fare. Allora Balaam obbedisce e va, ma non solo non maledice come voleva il re, che lo aveva chiamato e tentato con la promessa di ricchezze ed onori, ma benedice Israele. Un pagano riceve la visita di un angelo che gli  indica cosa deve fare per essere al servizio del Signore Dio di Israele che si rivela Signore di tutti[13].

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[11] Il tema del fuoco biblicamente si può approfondire con tanti testi, vedi quelli del cammino  nel deserto, al Sinai, con Elia ecc.

[12] Il Signore si serve, per chiamare, anche della sola sua  voce,  vedi Abramo , Geremia, non sempre di angeli che possono essere parte di una visione più ampia (cf Isaia, Ezechiele) o anche di una mediazione umana (cf Giosuè scelto da Mosè, Samuele indirizzato da Eli, Saul e Davide unti da Samuele).

[13] Possiamo ricordare Agar che due volte allontanata, due volte riceve la visita dell’angelo a dirle cosa fare (cf Gn 16,7; 21,17)

Lasciando la spada abbiamo, nell’annunzio della nascita di Sansone, un brano che è sempre accostato all’annunzio a Maria. In tale annunzio c’è la presenza di una figura ora è detta un uomo, ora è  detta un angelo (cf Gdc[14] 13, 3;6;9;10;11;13;16;17;21). E’ interessante che la donna dica “Un uomo di Dio è venuto da me; aveva l’aspetto di un angelo di Dio, un aspetto maestoso” e che a Manoach, il marito, che chiede  all’angelo il nome, viene risposto “è misterioso” e, quando lui conclude che moriranno perché “abbiamo visto Dio”, la donna invece interpreta ben diversamente in senso  positivo: non si può volere la morte di una sterile a cui si annuncia un figlio, per la sua vita e per il popolo, quale “sole” (significato probabile del nome Sansone).

L’episodio conferma che Dio si serve di tutto per perseguire il suo piano di salvezza col suo popolo infedele (un’asina, un tipaccio come Sansone, una sterile, una vergine)

La figura dell’angelo come quella del santo si pone tra terra e cielo, vedi la visione della scala di Giacobbe  o l’annuncio ai pastori, ma è anche vero che quasi sempre l’angelo, l’esperienza interiore forte con esso vissuta,  rimanda ad un incontro umano denso di significato. Anche nell’Annunciazione l’angelo rimanda ad Elisabetta, e Giacobbe lotta nella seconda visione con un uomo (Gn 32) da cui però lui vuole una benedizione e poi, ricevuto il nome nuovo (Israele = El/Dio combatte), conclude “Ho visto Dio faccia a faccia”.

Un angelo che Gesù incontra è il Battista, a volte rappresentato con le ali in quanto inviato/messaggero ad aprirgli la strada e ad annunciargli cosa accadrà; c’è poi l’angelo che lo conforta nell’orto degli ulivi. Altri angeli sono ricordati nei vangeli, oltre quelli dei racconti, fatti da Matteo e Luca, dell’infanzia di Gesù, ma vado agli angeli che lo annunciano risorto. Proprio negli episodi che attestano la resurrezione ci ritroviamo che ora si parla di un angelo (Matteo) ora di un giovane (Marco), ora di due uomini (Luca) ora  di due angeli (Giovanni): il loro aspetto rimanda all’inconsueto, all’inaspettato, all’inedito, stupisce, confonde ed è come se non si riuscisse a distinguere, d’altra parte lo stesso risorto è uomo trasfigurato, inafferrabile, non subito riconoscibile.

Trovo interessantissimo che le esperienze più forti, a fondamento della nostra fede non distinguano troppo; in esse si è già in una certa misura nei cieli, anche se non è possibile nessuna certezza: c’è luce, c’è gloria ma abbagliano e lasciano liberi di aderire nella fede. Mi pare che nell’icona delle mirofore ci sia solo un angelo e quindi prevalga il testo di Matteo, ma a volte ci sono anche due angeli e quindi siamo rimandati al testo di Giovanni.

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[14] Nel libro dei Giudici (6,11s) c’è anche l’angelo del Signore che appare a Gedeone e  lo sostiene nel dover essere lui a e difendere il popolo da Madiam. Il racconto è più semplice ma sempre indica il coinvolgimento reciproco tra uomo e angelo.

E così siamo anche nell’episodio di Emmaus, in cui non c’è l’angelo, ma il Signore stesso è scambiato per un semplice viandante sconosciuto che si mette a spiegare le Scritture; solo un gesto e la sua scomparsa rimandano a Gesù Risorto (cf anche esperienza di Maria di Maddala), che, pur senza parole, invia i due a tornare a Gerusalemme.   Le immagini alludono, sintetizzano quanto la Parola esplicita, ma a volte attualizzano dei segni che ci aiutano ad approfondire: qui il viandante  ci è mostrato subito con l’aureola e a tavola è al centro (e così siamo rimandati anche all’icona della Trinità nelle sue varie tipologie).

E quando nell’annunciazione il filo rosso è sostituito da un libro che Maria legge, siamo pienamente rimandati a Gesù che spiega ai due di Emmaus, con La Parola, ciò che doveva accadere. Maria è preparata dalla Parola ad accogliere la visita dall’alto. C’è continuità nel modo di tentare di esprimere l’esperienza umano-divina.

Ecco perché le icone sono coinvolgenti, aiutano ad andare oltre il tempo e invitano ad attualizzare, a cogliere ciò che va bene ancora per noi, oggi.

Pare che ho detto poco di San Francesco ma i santi, di cui Francesco è un prototipo luminoso, hanno ricevuto una chiamata, hanno ricevuto lo Spirito Santo, sono stati visitati dal Signore in vari modi, con esperienze interiori e con fratelli, sono dei trasfigurati, sono dei risorti e tutto questo è implicito nelle icone che li rappresentano, che sono un dono loro a noi, per indicarci la strada, confortarci, accompagnarci.

Un verso di Rainer Maria Rilke sintetizza in modo mirabile  Francesco “Poiché povertà è una luce intensa ch’è dall’intimo….”  Mi fermo ma anche quanto nel testo di Rilke segue sul povero illumina Francesco pur se non viene citato, (cf. Il libro delle ore p.299ss)

Tornando un attimo all’Annuncio a Maria vorrei sottolineare che possiamo coglierla  come antidoto, come difesa per restare umani di fronte a prospettive catastrofiche che pittori moderni intuivano, (es Chagall e Klee) e rappresentavano con i loro angeli, ma anche aprivano alla speranza con la loro bellezza inaudita.

La caduta dell’angelo  Angelus Novus

Chagall ha spesso la figura dell’angelo e mette le ali anche alla figura  che  appare a Giosuè. Nella Bibbia ce ne sono tanti e come ho già detto, il confine tra uomo e angelo è sfumato (anche nel libro di Tobia Raffaele ha le sembianze dell’amico  o perfino della coscienza di Tobia stesso).

Nei vari dipinti di Chagall un angelo sovente alleggerisce l’atmosfera, richiama la sua ispirazione- vocazione, vedi in

apparizione Pietroburgo 1917-18

Nella caduta dell’angelo invece diventa visione dell’ampia  minaccia che stava dilagando sull’universo, sulla Torah stessa: ci mette moltissimo tempo a terminarlo (1923-1947), potando dentro tutta l’angoscia  di quel periodo,  e solo alla fine mette come spiragli il crocifisso, che per lui assorbe tutta la violenza – è un ebreo Gesù-, e la donna col bambino, un futuro possibile, e il candelabro, una luce.

A me ha colpito che anche lo strano angelo che ha dipinto Klee, che voleva andare oltre le realtà osservabili o consuete (astrattismo metafisico), acquisti lo stesso significato, in quanto viene comprato da W. Benjamin che era ebreo. Klee non lo era, ma era un artista e tutti e due, in Germania, si ritrovano travolti da quanto accadeva, uno come artista degenere, l’altro come ebreo, e costretti ad emigrare. Klee in Svizzera potrà continuare a dipingere fino alla morte per malattia nel 40.

Benjamin continua a scrivere a Parigi e interpreta l’immagine dell’angelo di Klee come l’angelo della storia, tutto testa, con una bocca aperta per l’imprevedibile,  con i grandi occhi che paiono quasi guardare indietro, a un passato che accumula rovine,  ed è una tempesta che pare  impedire all’angelo di chiudere le ali: è pietrificato  dalla visione metafisica e astratta che aveva Klee, ma che il materialismo di Benjamin identifica con la storia, il cui presente poteva avere spiragli di un futuro migliore, ma non senza tanti sacrifici.  Benjamin muore anche lui nel 40, suicida perché ormai anche Parigi non è un rifugio, era atteso in America dal filosofo Adorno che invece riceve solo l’angelus novus di Klee.

Sono cose che in parte ho tratto da internet, ma che ho trovato molto significative per quanto oggi avviene nel mondo, un invito a non essere estranei a quanto avviene, a percepire il peso dei vari accaduti vicini e lontani e a custodire la consolazione e la speranza che vengono dalla bellezza, dalla ispirazione interiore.

Chiudo con L’Ave Maria trasformata in sua poesia da Fernando Pessoa (cf.Sono un sogno di Dio)

Ave Maria

Ave Maria, pura,

Vergine immacolata,

Ascolta la preghiera strappata

Al mio petto di amarezza.

Tu che sei piena di grazia

Ascolta la mia orazione,

Portami per mano

Lungo la vita che passa.

Il  Signore , che è tuo figlio,

Che sia sempre con noi,

Così come eternamente

È con te il suo fulgore.

 

Tu sei benedetta. Maria

Fra le donne della terra

E la tua anima racchiude

Dolci immagini d’allegria.

Più raggiante della luce

E benedetto, Santa Madre,

È il frutto che proviene

Dal tuo seno, Gesù!

 

Gioiosa Santa Maria

Tu  che sei Madre di Dio

E che sei nei cieli

Prega per noi ogni giorno

Prega per noi, peccatori,

Tuo figlio, Gesù,

Che morì per noi sulla croce,

E che soffrì tanti dolori.

Prega, ora, o madre amata

E (quando la sorte vorrà)

Nell’ora della nostra morte

Quando la vita ci sfugge.

Ave Maria,pura,

Vergine immacolata,

ascolta la preghiera strappata

Al mio petto di amarezza.        

(Aprile 1902)