L’icona: una “bella” notizia sull’uomo

 

Oggi, la parola “icona” ci evoca più il computer (o la pubblicità) che il mondo dell’arte o quello della fede, e questo ci dice il nostro bisogno di vedere.

Siamo nella civiltà delle immagini, ma quali immagini? E queste immagini che uomo costruiscono? Lo costruiscono o lo distruggono?

Nella tradizione cristiana orientale e, potremmo dire, nella tradizione cristiana delle origini, prima di ogni divisione, l’icona è l’immagine sacra e come tale, pur nella varietà delle forme e delle rappresentazioni, è sempre innanzi tutto portatrice di una presenza, quella di Dio tra gli uomini e nell’uomo stesso, attraverso l’opera dello Spirito Santo che lo anima, lo muove da dentro.

Non c’è nell’icona come prima cosa l’intenzione di narrare, di fare una rappresentazione realistica, tutto è simbolico per rendere visibile l’invisibile.

Non è una foto che riproduce l’attimo, né un ritratto che cerca di mostrare una personalità, ma tenta di far intravedere la gloria, lo splendore a cui l’uomo è chiamato.

Nella storia dell’arte le radici dell’icona possono essere fatte risalire alla tradizione greco-romana, soprattutto imperiale; per alcuni si può e si deve risalire alla tradizione egiziana ove già c’erano ritratti dei defunti, perché, invece, la tradizione ebraica dell’Antico Testamento vietava qualsiasi tipo di immagine come difesa contro gli idoli pagani, contro il sincretismo (la tentazione che Israele ha di far propri gli dei della terra dei Cananei), anche se poi nell’A.T. si parla dell’incontro di vari personaggi con il Signore, di visita del Signore a qualcuno, ma questo avviene sempre attraverso una mediazione, per lo più chiamata “angelo” ( a volte però è “il fuoco”, a volte “la nube”, a volte “un uomo di Dio”). Neppure Mosè ha potuto vedere Dio se non di spalle e quindi è chiaro nell’A. T. che ciò che vedi ti rimanda ad altro.

L’icona ha come suo fondamento l’incarnazione del Verbo, per la quale il Figlio di Dio si rende visibile come uomo ebreo della Palestina di una data epoca e questo fatto giustifica il rappresentarlo; a Filippo (Gv 14,9) Gesù afferma “chi ha visto me, ha visto il Padre” ove chiaramente si tratta di un “vedere” nella fede: solo Gesù ha reso visibile il Dio invisibile “Dio nessuno l’ha mai visto, il Figlio unigenito che è nel seno del Padre, lui ce lo ha rivelato” (Gv 1,11).

Proprio per non ridurre Gesù alla sua sola umanità, nei primi secoli non lo si è rappresentato, e poi è sorta la lunga controversia iconoclasta (e, in seguito, la svalutazione stessa delle immagini nel protestantesimo), per la paura di perderne la divinità. La chiarificazione dogmatica che la persona del Cristo unisce, senza confonderle e senza separarle, natura umana e natura divina permise al VII Concilio ecumenico di Nicea (787 – valido per tutta la chiesa indivisa) di affermare che nella rappresentazione della forma umana non si separa la carne dalla divinità che vi è unita, anzi la carne stessa è deificata ed è una con la divinità.

Proprio il volto, diremmo noi, rimanda alla irripetibile singolarità della persona e quindi anche il volto di Gesù Cristo Signore, che le icone non intendono rappresentare come uomo del suo tempo e del suo popolo, ma nel suo mistero di vero uomo e vero Dio.

L’icona vuol indurre sempre a guardare “oltre” ciò che rappresenta, proprio perché c’è quel “divino” che non può essere rappresentato.

E’ in fondo l’esperienza umana  in cui un oggetto che mi è stato regalato, in particolare da qualcuno a cui sono legata, mi rimanda “oltre”, alla persona del donatore.

C’è per l’uomo e la donna tutta una vita che non si vede con gli occhi del corpo, ma con quelli del cuore (vita interiore per tutti, credenti e non credenti), ma noi abbiamo bisogno di vedere anche con gli occhi del corpo ed ecco l’oggetto, ed ecco l’icona che rimanda sempre a ciò che è essenziale nella nostra fede e lo fa con la stessa tecnica con cui è “scritta”. Si dice infatti “scrivere” una icona innanzi tutto perché rimanda alla Sacra Scrittura a cui è strettamente legata, ma anche perché di fatto il lavoro degli iconografi è più simile a quello dei copisti che salvavano i manoscritti che ai pittori che nei dipinti esprimono se stessi, le proprie interpretazioni, perché l’essenziale della fede lo si esprime nella fedeltà ai  modelli della tradizione, si riproduce ciò che si riceve e solo l’essere immersi nella tradizione permette poi a pochi di schiudere nuovi orizzonti: c’è una crescita nella comprensione della fede, ma essa accade nell’obbedienza e nell’umiltà.

Le icone vivono solo nel contesto ecclesiale e liturgico, se pregate, altrimenti divengono legno, oppure opere d’arte perché belle, ma niente altro, così come la Bibbia può essere letta solo come capolavoro di letteratura e non come Parola di Dio per me. L’icona della Trinità di Rublov fu usata come pezzo di legno, poi, riscoperta, è finita al museo, ma la gente andava, e va, a pregarvi davanti perché la considerava e la considera per quello che è!

C’è una bellezza delle icone, ma l’idea di bellezza da usare a riguardo più che dalla storia dell’arte va presa dal mondo biblico, dove bello è ciò che è secondo il progetto di Dio e non si distingue dal buono, così la creazione, l’uomo, Mosè, Davide, …  Certo non c’è netta separazione perché nei grandi capolavori, in profondità, mondo umano e mondo divino convergono.

 

Bellezza e santità nella tradizione credente biblica sono sinonimi, perché la santità è ciò che lo Spirito Santo ha operato in una persona che ha seguito la vocazione iscritta in lei dalla nascita per la sua felicità, per la salvezza sua e degli altri, per la comunione con gli altri, per l’apertura al futuro, ed è esattamente ciò che l’icona vuol rendere (trasfigurazione, dialogo, comunione).  L’icona ricorda con efficacia che ogni uomo, ogni donna è bella perché fatta ad immagine e somiglianza di Dio; la bellezza è trasparenza a Dio, è volto (ricordiamo A, Manzoni  in cui il vecchio malvissuto è brutto, il Card. Federico Borromeo è bello).

Una icona è bella per la trasparenza al mistero che rappresenta, che “rivela”, cioè sempre mostra e insieme nasconde, perché indicibile è il mistero, ma questa trasparenza è data dall’armonia dei vari elementi.

Tutto nell’icona è simbolico, portatore cioè di significati nascosti, nascosti a chi ignora i contenuti della fede, ma nascosti anche al credente perché insondabili.

Tutto è simbolico perfino a livello della “tecnica” che si usa:

Le strutture geometriche che stanno dietro la composizione, le proporzioni (riguardo alla figura umana, si vuol mostrare un corpo glorioso, spirituale, trasfigurato, deificato), la prospettiva inversa, le linee convergono non dentro il quadro ma verso chi guarda, con effetto coinvolgente, irradiante.  E ancora i colori (naturali, terre o pietre macinate) vengono dati sempre passando dallo scuro al chiaro: sguardi, gesti, proporzioni tutto è modellato dalla luce (il nero-assenza di luce è il male, le tenebre e non lo si rende mai puro, ma sempre mescolato a qualche altro colore che non si vede  ad indicarne la inconsistenza).

I vari colori dicono il cielo (bianco, blu) e la terra (il verde, il rosso-vita, la porpora regale) senza troppa rigidità.

Il fondo dorato è lo splendore della santità di Dio… su cui poggia il mondo.

La tavola di “legno” ricorda la creazione, la redenzione con la croce, la cornice con l’oro dello sfondo dà la profondità  e indica che le cose vanno guardate in profondità…

Per la preparazione della tavola si usa colla, tela, gesso (7 volte); disegno; doratura.

Alla fine del lavoro si pone l’iscrizione, il nome con tutta l’importanza che ha questo nella tradizione biblica e infine c’è la benedizione che destina l’icona alla liturgia e alla preghiera personale.

Tutto invita non solo a guardare e contemplare, sarebbe già molto perché noi diventiamo ciò che guardiamo (ascoltiamo) e abbiamo proprio bisogno di pulirci lo sguardo, ma tutto invita, e questo  è proprio dell’icona, a lasciarci guardare.

Prima di poter amare siamo amati, prima di guardare siamo guardati.

Dall’icona siamo guardati ed è importante perché noi uomini e donne, se non siamo guardati, se nessuno ci vede non viviamo, non troviamo senso alla vita. Lo sguardo è strettamente legato all’amore, ma un amore solo “saputo” non basterebbe, va percepito.

Anche quando una icona rappresenta una scena e lo sguardo verso di noi non è così evidente, resta un invito a entrare nella scena, a far comunione con essa, a vivere ciò che essa rappresenta… (nella Trinità è chiaramente espresso che al banchetto-comunione c’è posto per noi).

Le icone sono strettamente legate alla liturgia, alla celebrazione, invitano ad una esperienza, ad un incontro e non a un semplice pensare o ad una spiegazione didattica, anche se poi, spiegandole, comprendiamo che vi è dentro una grande ricchezza dottrinale.

L’oriente sintetizza la buona novella con Dio si è fatto come noi per farci come lui” e parla della divinizzazione dell’uomo che coinvolge tutto il creato (trasfigurazione della creazione), per questo possiamo dire che l’icona  è una bella notizia sull’uomo, perché ogni icona sottende questo e ricorda lo splendore a cui è chiamato, quanto più è bella anche artisticamente e contrasta con i tempi in cui è dipinta (la Trinità di Rublev, altissima espressione artistica di comunione, nasce in tempi di lotte assurde).

 

Fermiamoci un attimo sull’icona del Cristo in diverse rappresentazioni:

C’è innanzi tutto una tradizione  che la  dice acheropita, non dipinta da mano umana, sia che rimandi al  Mandylion ricevuto in dono dal re Abner. o alla Veronica  o alla sindone (per la Vergine la tradizione risale a  Luca pittore) è un modo per accreditare il modello.

Il Salvatore (in fondo è il Pantokrator dei mosaici addolcito nella sua ieraticità) viene indicato attraverso la regalità  di una tunica di porpora listata da una fascia verticale d’oro, ma anche, attraverso i colori nella sua  natura umana (porpora) e in quella divina (blu del manto).

Il volto mostra occhi grandi e profondi che guardano chi guarda, quasi scrutano dentro (il Signore Gesù sa cosa c’è nel cuore); a volte vanno oltre chi guarda per perdersi nel mistero della storia dell’umanità intera, (così l’icona del Sinai, qui non inserita e a volte la Vergine); il collo è grosso, la bocca piccola rimandano allo Spirito Santo, posseduto e spirato.

Il nimbo cruciforme identifica sempre il Cristo e, per lo più, porta la scritta in greco “Colui che sono” che è il nome sacro di Dio.

Una mano benedice, ma la posizione delle dita dice anche i due misteri della fede: la trinità e le due nature del Cristo.

L’altra mano tiene il libro a volte chiuso, a volte aperto con una frase evangelica che sintetizza il messaggio di salvezza: Cristo è il compimento e l’interprete della Scrittura, è lui la parola di  vita, il lieto annuncio.

 

« Tu contempli l’icona del Salvatore e vedi che egli ti guarda con occhi pieni di luce.

Questo sguardo è immagine dello sguardo che egli fissa realmente su di te, dei suoi occhi più luminosi del sole, lui che vede ognuno dei tuoi pensieri, sente le angosce e i sospiri del tuo cuore. L’icona è un’immagine; essa rappresenta con tratti e simboli quel che non potrebbe essere rappresentato né simboleggiato, quel che può essere compreso solo con la fede.

Credi dunque che il Signore veglia su di te, continuamente, che vede ognuno di noi, coi suoi pensieri, le sue pene, i suoi desideri, come ci avesse sul palmo della mano: “Eccoti ho disegnato sulle palme delle mie mani” (Is 49,16). Quindi prega davanti all’icona del Salvatore come se ti trovassi davanti a lui. L’Amico degli uomini è presente nell’icona con la sua grazia: “In ogni luogo sono gli occhi del Signore…” (Pr 15,3 cfr. Pr 5,21;15,11;16,2).”  (Ivan/Giovanni di Kronstadt )