Dio non ha creato la morte e non gode per la rovina dei viventi. Egli infatti ha creato tutte le cose perché esistano; le creature del mondo sono portatrici di salvezza, in esse non c’è veleno di morte, né il regno dei morti è sulla terra … Tu sei indulgente con tutte le cose, perché sono tue, Signore amante della vita. Poiché il tuo spirito incorruttibile è in tutte le cose. (Sap 1,13-14; 11,26-12,1)
La Vita che non muore
Nei cuori, forse non sempre nelle scienze e nelle filosofie, resta, come una impronta, la fiducia che la vita non muore.
E non muore nel sentire profondo, al di là delle espressioni entrate in uso quasi indiscriminato, quali quella dei sepolcri pagani “la terra ti sia lieve”, come se uno fosse per forza tutto lì (e se muori in mare o ti fai cremare o sei fatto a pezzi dalla guerra?) o la più umana, ma sempre anche pagana, “riposa in pace– RIP per fb!-”, che sottende che la vita sia un qualcosa che stanca, comunque sia andata, per cui meglio che non continui oppure che tutto sia rimandato alla fine dei tempi che non sappiamo quando e se verrà.
I cristiani dovrebbero usare come nel saluto pasquale “Cristo è Risorto – Cristo è davvero risorto”, ma chi lo usa in occidente? Eppure sarebbe una affermazione indipendente dal come la vita è terminata sulla terra, perché la morte in croce non è una morte privilegiata senza dolori e infamia: forse ci sono morti peggiori, ma essa resta significativa del passaggio da questa terra ad un Oltre per il quale possiamo trovare immagini, ma non certezze: spazio e tempo, come li conosciamo noi, non ci sono più. “Oggi sarai con me in Paradiso” (Lc 23,43) rimanda ad una novità impensabile, accessibile solo alla fede.
E’ interessante che Luca fin dal racconto esemplare del ricco epulone e Lazzaro ci avverta “Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti.” (Lc16,31; cf Lc 24,44). Nell’episodio della Trasfigurazione anche Gesù ha bisogno di Mosè e i profeti per prepararsi al compimento della sua vita, ed è quindi vero per gli uomini di allora come per noi.
Certo i Vangeli cercano di introdurci in questa dimensione con le apparizioni del Risorto tra continuità col suo vissuto (piaghe, fuoco, pane, pesci, gesti) e una alterità colta con difficoltà, ma tutta l’esperienza spirituale, in qualsiasi religione, richiama a vissuti interiori più o meno comunicabili. La sostanza è che percepiamo che l’uomo non è tutto quello che ci sembra di afferrare fisicamente o mentalmente, è qualcosa di più, in lui c’è uno spazio in cui è anticipata l’eternità.
La tomba vuota ci rimanda ai vuoti delle nostre vite, chi ne ha più, chi ne ha meno, ma la pienezza non è di questa vita, se non altro sempre più breve di come la avremmo voluta, forse anche quella di Gesù Cristo: perché non ha fatto e detto di più? Eppure vite in apparenza più vuote di altre, come quelle dei solitari/e, per scelta, attestano che qualcosa di significativo può avvenire in una vita intessuta di relazioni invisibili, che richiama la vita che non muore. Vite queste poco credibili, forse come le donne al sepolcro, ma consapevoli che un Tu Vivente c’è, anche quando resta nascosto e che il momento della riconsegna della vita a Lui sarà incontro, unione, sguardo, luce che prorompe dal buio, non solo per il singolo ma per tutti, presenza d’Amore.
Più significative sono le indicazioni che ci vengono dal cristianesimo ortodosso che ripete Cristo ha vinto la morte calpestando la morte e rimanda all’icona della discesa di Gesù Cristo agli inferi che con lui si svuotano, prima che giunga la fine come la immaginiamo noi; questo può essere il senso della affermazione di Gesù nel vangelo di Giovanni che nessuno, ma possiamo dire anche nulla in base ad altri testi, andrà perduto, perché Lui e il Padre sono una cosa sola. Per il mondo ortodosso la memoria della Resurrezione fa tutt’uno con quella della Trinità, la cui icona è in fondo un invito a un banchetto amicale: i due momenti del mistero insieme illuminano e aprono a noi la comprensione del divino che ci abita e della comunione d’amore che inizia per non avere fine.
Si dice spesso che chi lascia questa terra è in attesa dell’ultimo giorno quando i corpi acquisteranno una dimensione gloriosa, ma perché sentiamo di dover scindere i due momenti l’individuale e il collettivo come se non fosse un mistero che non ci appartiene? Gesù stesso ci dice che lo sa solo il Padre (Mc13,32 e testi //). Nel cuore ci dovrebbe albergare solo il desiderio che è espresso nella regola di San Benedetto, “ci conduca tutti insieme alla vita eterna” (72,12), esteso a tutta l’umanità.
La fedeltà alla terra richiede di fare i conti con la morte, ma disperazione e angoscia sono ridimensionate dallo Spirito che attesta l’amore di Dio. E direi anche dal fatto che tutte le religioni hanno un momento in cui ricordano il legame tra i vivi e i morti (quest’anno ho particolarmente notato che lo fanno a inizio settembre anche se non riesco a memorizzare i nomi delle loro feste).
Questo non confine, tra viventi e passati oltre, guardato in profondità, crea anche uno scambio: nella prospettiva ebraica, Buber ricorda un detto in cui a un tale. a cui gli studiosi della Torah sembravano in Paradiso, una voce dall’alto dice: ti sbagli, il Paradiso è in loro. E’ questo capovolgimento che facciamo fatica a fare nostro. La comunione è dentro di noi e il non vederla non la diminuisce.
Il testo biblico che mi sembra più universale penso sia il seguente
Isaia 55,10-11
10Come infatti la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza avere irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, perché dia il seme a chi semina e il pane a chi mangia, 11così sarà della mia parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata.
Ogni essere vivente, ciascuno di noi, è una Parola inviata sulla terra per essere una presenza significativa e incisiva per qualcuno o per qualcosa, che può non percepire pienamente, non sapere, non gustare, ma che è nel progetto creatore, comunque lo si intenda.
Per questo io amo credere che nella vita nuova gloriosa, là dove non ci sono il tempo e lo spazio, e quindi le difficoltà relazionali, si possa ancora fare il bene che non si è potuto fare nella vita terrena: forse non è attuale esprimersi così (lo faceva Santa Teresina), ma penso che si vivrà con il Vivente, nel Vivente per sempre da subito, e questo è coerente con la comunione dei santi che non pone separazione tra vivi e morti. La resurrezione ha un valore cosmico come la preghiera (non le preghiere) come la chiesa (non le chiese), come ogni religione intrisa del potenziale di trasformazione che la resurrezione, anche se non sempre chiamata così, esprime: la vita non muore.
Siamo chiamati a pensare la morte come un entrare in questa dimensione cosmica in cui porteremo il nostro infinitesimale apporto, perché ogni esperienza è unica e indicibile; quello che sei non finirà, la morte è come un compimento “aperto” ad attese, a legami, e a tanto altro che non sappiamo.
La ricchezza spirituale accumulata in vita rimane in eterno come una pietra rimane per sempre, per questo per esempio nel libro biblico di Giosuè le pietre sono segno efficace di memoria e lo è la abitudine ebraica di portare sulle tombe sassi, e non fiori.
“Ben oltre le idee di giusto e di sbagliato c’è un campo. Ti aspetto laggiù” dice il mistico mussulmano Rumi, non so il contesto ma mi piace leggerlo anche come dicesse “Oltre il credere o il non credere c’è un campo e li ci ritroveremo”.
Canta David Maria Turoldo:
Anche la morte sarà
Un emigrare di forma in forma
Nel grande corpo dell’universo.
Corpo, spirito che si condensa
All’infinito:
nostro corpo
cattedrale dell’Amore,
e i sensi
divine tastiere (da Canti Ultimi- Introito)
“Chi abbiamo amato e abbiamo perduto non è più là dove era prima, ma ovunque là dove noi siamo”, consolavano Giovanni Crisostomo e altri Padri, ma ci rendiamo conto che questo è qualcosa di molto relativo, qualcuno (forse noi) può non avere nessuno che lo porti nel cuore. Molto più consolante è credere che, quando passeremo all’altra riva, ci verranno incontro, per introdurci nella nuova terra, gli amici, nostri e del Signore dei Signori[1].
Trovo curioso e interessante che, mentre nel racconto della mia vita, ci sono tante presenze maschili, quando penso all’Oltre mi si fanno incontro tante figure femminili, quasi che possano essere solo loro a introdurre me donna nelle profondità del mistero.
A qualcuno piacerebbe una prova storica della Resurrezione[2] del Cristo ma sarebbe bloccante, escludente, mentre solo il linguaggio universale della poesia ci fa un po’ avvicinare al mistero dell’Oltre, al di là di come le diverse religioni si esprimono lungo i tempi.
Accompagnando una anziana credente nella sua fine, mi sono venute queste parole:
[1] Per entrare in questa prospettiva si può leggere il poetico racconto “Mattino e sera” di Jon Fosse.
[2] In realtà non c’è neppure un vocabolario specifico, si usa “alzarsi, svegliarsi”: la vita che non muore è radicata nelle profondità dell’essere umano dove umano e divino si incontrano per non separarsi più.
Sapore di sguardi
Calore di mano nella mano,
in un silenzio caldo di parole,
che non hanno bisogno di essere dette.
Braccia che si stringono,
mai così potenti nell’impotenza del fare,
come quando si fa vicina sorella morte .
Solitudine oscura.
Vittoria o sconfitta?
Sguardo profondo
che sa di amore,
come quello di Gesù.
Bacio di sorella morte
che ha il gusto di Giuda.
Eppure finché morte non c’è,
sguardo di vita e di luce,
di nuova speranza,
come tra Maria ed Elisabetta,
sguardo che accomuna
l’umano nell’umano
nel mistero
nell’attesa
sul come accadrà,
nel riposo o nell’urlo
lentamente o d’un tratto,
memoria per sempre
di un incontro irripetibile
che sconfigge la morte:
trionfa la Vita vera.
Ma se questo è vero nel rapporto interpersonale, cosa sarà nella Gerusalemme celeste? nel cosmo?
Paradiso
Giardino o lotta?
Incanto o relazione?
Non l’uno senza l’altro.
Comunione nella varietà dell’esistente.
Armonia dei diversi.
Viaggio senza fine.
Pienezza inattingibile e già donata
nella forza dello Spirito trasfigurante.
Paradiso: giardino o città che lo include?
Paradiso: spazio o tempo? Sosta o viaggio?
Esperienza o illusione?
Paradiso: terra promessa e/o regno di Dio?
Solo un cuore casto, che non sa più cosa sia
possesso e autoreferenzialità può
abbracciare tutte queste dimensioni.
Solo il silenzio unificante è risposta
agli infiniti desideri che ci abitano.
Paradiso: salvezza universale!
Non siamo macchine, la realtà è molto di più di quella che si pensava di conoscere e immaginare, possiamo lasciare spazio alla coscienza e alla libertà. Possiamo sempre crescere nella conoscenza di sé unici, irripetibili, e con essa arricchire il Tutto/Uno/Amore che ci precede, ci attornia e sarà per sempre.
Siamo chicchi che, se muoiono, rivivono, come il Crocifisso Risorto celebrando continuità e differenze indefinibili.
Il brano paolino sulla resurrezione conclude: “…perché Dio sia tutto in tutti” (cf 1Cor 15,20-28).
Il riconoscere il mistero del Cristo, Dio fatto uomo perché noi diventassimo divini come lui, non deve farci escludere altro vocabolario, altre ricerche che esprimano una comprensione più vasta di quanto le formulazioni più conosciute possano dirci. Non c’è ragione di affermare che un modo è superiore all’altro.
In occidente si parlava (pare che lo abbiamo dimenticato!) di inabitazione divina in noi, in oriente si parla di divinizzazione: si tratta sempre di un processo interiore in cui uomo e Dio diventano una cosa sola, un processo che per alcuni padri cominciava nella cella esteriore per poi avanzare in quella interiore in cui si era chiamati ad abitare come in “paradiso”.[3]
In fondo è l’esperienza mistica che mostra come non ci sia distanza tra divino e umano, ma compresenza, “non viviamo se non in Lui, e non viviamo se Lui non è in noi”. Potremmo ricordare le tante esperienze di Santa Teresa d’Avila o di qualche altro santo famoso, ma anche esperienze più semplici di credenti che vivono a fondo la loro fede: portano tutte ad una presenza di Dio nell’interiorità umana in vita, in vista di essere immersi nel mondo divino per sempre, come un’onda nel mare, come una spugna nell’oceano, come una fiammella nel fuoco….
Ancora ci aiuta la voce della poesia, quella di Emily Dickinson
Come se il mare separandosi
svelasse un altro mare,
questo un altro, ed i tre
solo il presagio fossero
d’un infinito di mari
non visitati da riva –
il mare stesso al mare fosse riva
questo è l’eternità.
Chi è amato non conosce morte, perché l’amore è immortalità, o meglio, è sostanza divina.
Chi ama non conosce morte, perché l’amore fa rinascere la vita nella divinità.
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[1] Valga per tutti la piccola regola di Romualdo.
Io abito la Possibilità
Una casa più bella della prosa
più ricca di finestre
superbe le sue porteE’ fatta di stanze simili a cedri
che lo sguardo non possiede
Come tetto infinito
ha la volta del cieloLa visitano ospiti squisiti
La mia sola occupazione
spalancare le mani sottili
per accogliervi il Paradiso
Tante sono anche le poesie di Adriana Zarri e di Davide Maria Turoldo, credenti in Gesù vero uomo e vero Dio, non come dogma ma come mistica amicizia che mai esclude nulla e nessuno, sempre sentendo forte la continuità della vita, ora e per sempre: provati dalle circostanze esterne e dalla notte interiore, dal brivido del nulla, continuano a cantare e pregare.
Adriana Zarri:
Preghiera d’inverno
Ora è la morte,
Ma non è la morte:
è soltanto l’attesa.Facci attendere, Dio, senza stancarci,
senza timore di morire per sempre.Anche i colori sono trapassati
dal verde, al giallo, al viola,
al grigio.Presto sarà la neve
come un immenso fiore bianco,
grande quanto la terra.
Il mondo è sbocciato di gelo
e il bianco è la somma dei coloriDopo il fiorire e il declinare della vita,
l’inverno, o Dio, è la tua eternità.E sulla neve
candide danze di angeli
e carole di santi luminosi,
che non lasciano impronta.Aprici gli occhi, o Dio,
facci vedere ciò che non si vede,
facci danzare coi beati
e guardare i tuoi occhi:
più vasti
di una pianura innevata
più bianchi
di un gelido novembre
più caldi
di un fuoco acceso
in una notte d’inverno.
e per il suo passaggio scriveva:
Non mi vestite di nero: è triste e funebre.
Non mi vestite di bianco: è superbo e retorico.
Vestitemi a fiori gialli e rossi, con ali di uccelli.
E tu, Signore, guarda le mie mani.
Forse c’è una corona.
Forse ci hanno messo una croce.
Hanno sbagliato.
In mano ho foglie verdi e sulla croce, la tua resurrezione.
E, sulla tomba, non mi mettete marmo freddo con sopra le solite bugie che consolano i vivi.
Lasciate solo la terra che scriva, a primavera, un’epigrafe d’erba.
E dirà che ho vissuto, che attendo.
E scriverà il mio nome e il tuo, uniti come due bocche di papaveri.
D.M. Turoldo ( versi da Canti Ultimi)
Tu non sei il fiume
ma ti nascondi nel fiume,
non sei la foresta
ma sei nascosto nella foresta,
non sei il vento
sei il vento del vento.
E senza, non c’è tempo,
perciò viviamo
e saremo eterni
Ma tu sempre
Tu sempre m’intendi
pur se mormoro o grido.
tu l’Ineffabile
perfino Tenebra luminosa!—
Così varcherò l’ultima soglia
l’anima danzando….
Questo il dolce mistero
Questo il dolce mistero:
che si esisterà per sempre.
E lui ti accoglierà per sempre
nel suo seno
mentre tu sarai la sua
indistruttibile coscienza
per sempre!
Come ora puoi essere
La sua condensazione
se pure tu
darai carne al Verbo.
Vedrai
Anima mia, non pensare
Male di Lui: gli è impossibile
Fare altro
E –vedrai! –
L Male non vincerà.
(su Fil 2,6-11)
Sì, bisogna distruggerti, Dio,
per crederti quale tu sei
E quando il pieno Nulla
Avremo raggiunto
Finalmente saremo
Una “cosa” sola,
o Deità
***
Come il Verbo, fattosi carne:
portava a compimento il riscatto
della tua unica possibile Immagine
e nel Vuoto assoluto si inabissava,
lassù.
Si potrebbero citare tanti poeti antichi e moderni, ma alla fine mi piace ricordare che anche i Diari di chi ha intensamente amato una persona o gli uomini tutti: rendono ragione di un già e non ancora che il mistero della comunione ci trasmette.
Ci sono le pagine di C.S: Lewis Diario di un dolore (con relativa trasposizione cinematografica “Un viaggio in Inghilterra”), quelle più recenti di Ch. Bobin Più viva che mai, ma anche il romanzo teologico di Adrina Zarri, Dodici Lune, o lo stesso Diario di Etty Hillesum e tanti altri che testimoniano la forza dell’amare che segna la continuità nella discontinuità dei piani di vita.
Tutte queste esperienze di vita ci fanno cogliere che inferno e paradiso sono innanzi tutto esperienze dentro di noi, radicalizzate dal vissuto personale e storico, non l’esito di un giudizio finale come si è pensato e talvolta ancora si pensa: la vita che non muore è quella che già viviamo e Dio, comunque vogliamo indicarlo, è il Vivente!
Il gusto dell’eternità ci deve accompagnare nel quotidiano.
E non posso non concludere con la domanda che percorre il simpaticissimo libro di Javier Cercas “IL folle di Dio alla fine del mondo”, che sintetizzo così, “tu credente credi alla resurrezione della carne, alla vita eterna come si dice nel credo e come crede mia madre per la certezza che ha di incontrare con la morte suo marito?”. Per tutto il libro, prima, durante e dopo il viaggio in Mongolia ricorda che ha accettato questa avventura per poterla fare a Papa Francesco: ci riesce sul viaggio di andata, ma solo alla fine ci rivela la risposta mentre la dice alla madre, ed è “Senza dubbio!”. Nei vari dialoghi in cui alla fine osava farla, ci presenta tante incertezze, perplessità, confusioni nelle risposte erudite o meno, solo i missionari gli sembrano coloro che la affermano con la vita, senza osare parole.