Rachele la minore: dalla competizione a una consonanza per il futuro
Ora Làbano aveva due figlie; la maggiore si chiamava Lia e la più piccola si chiamava Rachele. Lia aveva gli occhi smorti, mentre Rachele era bella di forme e avvenente di aspetto, perciò Giacobbe s’innamorò di Rachele. Disse dunque: «Io ti servirò sette anni per Rachele, tua figlia minore». Rispose Làbano: «Preferisco darla a te piuttosto che a un estraneo. Rimani con me». Giacobbe servì sette anni per Rachele: gli sembrarono pochi giorni, tanto era il suo amore per lei.
Poi Giacobbe disse a Làbano: «Dammi la mia sposa, perché i giorni sono terminati e voglio unirmi a lei» Allora Làbano radunò tutti gli uomini del luogo e diede un banchetto. Ma quando fu sera, egli prese la figlia Lia e la condusse da lui ed egli si unì a lei. Làbano diede come schiava, alla figlia Lia, la sua schiava Zilpa. Quando fu mattina… ecco, era Lia! Allora Giacobbe disse a Làbano: «Che cosa mi hai fatto? Non sono stato al tuo servizio per Rachele? Perché mi hai ingannato?». Rispose Làbano: «Non si usa far così dalle nostre parti, non si dà in sposa la figlia più piccola prima della primogenita. Finisci questa settimana nuziale, poi ti darò anche l’altra per il servizio che tu presterai presso di me per altri sette anni». E così fece Giacobbe: terminò la settimana nuziale e allora Làbano gli diede in moglie la figlia Rachele. Làbano diede come schiava, alla figlia Rachele, la sua schiava Bila. Giacobbe si unì anche a Rachele e amò Rachele più di Lia. Fu ancora al servizio di lui per altri sette anni. (Gn 29,16-30)
La storia di Rachele in realtà abbraccia i cap.29-35 della Genesi non solo questo capitolo.
In tutta la Bibbia c’è il tema del più piccolo che ha la precedenza sul più grande. Un cenno non esaustivo ci aiuta a ricordarlo.
C’ è Rebecca che porta in seno Esaù e Giacobbe e le è detto “il maggiore servirà il più piccolo”; vi è la storia di Giuseppe in Egitto; la storia di Davide, il più piccolo della sua famiglia, e via via fino alla storia di Gesù che è più giovane del Battista chiamato a preparare la strada a lui, “più grande per missione” e poi anche il discepolo amato, Giovanni, è il più giovane dei dodici apostoli. E il Signore aveva scelto Israele, il più piccolo di tutti i popoli (Dt7,7) e infine Paolo ci ricorda che questo è il criterio di scelta del Signore (1 Cor 1), non solo con il pensiero ma con elementi della sua storia di appartenente alla tribù di Beniamino, il più giovane dei figli di Giacobbe, col proprio nome latino (piccolo) e il suo riconoscersi “il più piccolo degli apostoli” (1 Cor 15,9).
Come esempio femminile. c’è Rachele: per tre volte nel capitolo 29 della Genesi detta la minore, la più piccola: era bella e “pastora”. Al pozzo incontra Giacobbe e ne conquista subito il cuore; per lei Giacobbe tira fuori tanta energia per rotolare la pietra che chiudeva il pozzo e per offrire il proprio lavoro per sette anni per averla in sposa, ma Rachele non era la primogenita, e quindi deve lasciare che il padre inganni[1] Giacobbe e aspettare che sia il suo turno.
La minore è l’amata, ma resta seconda anche nella fecondità che è invece appannaggio della sorella Lia. Giacobbe il più piccolo di Rebecca incontra Rachele la più piccola di Labano e i loro figli sono
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[1] Non dimentichiamo che Giacobbe a sua volta aveva ingannato: nella storia dei patriarchi il Signore realizza i suoi disegni attraverso questa modalità di procedere degli uomini In questo caso Labano utilizza il costume di consegnare la sposa velata nell’oscurità della notte.
“il più piccolo” perché Beniamino, il più amato nella vecchiaia da Giacobbe, rimpiazza Giuseppe, creduto morto.
In questo contesto di “piccoli” nasce il popolo di Israele con le sue dodici tribù, certo con la piena partecipazione di Lia e delle schiave: ambedue le sorelle patiscono il loro essere mogli di Giacobbe e il generare un popolo..
Subito è detto che Giacobbe amò Rachele più di Lia che rimase l’unica moglie proprio per poco, perché Labano trattenne al lavoro Giacobbe, ma gli diede subito, alla fine della settimana nuziale, Rachele, pur impegnandolo in altri sette anni di lavoro.
Più tardi ci sarà un precetto che vieta il matrimonio con due sorelle “non prenderai la sorella di tua moglie mentre questa è in vita per non farne una rivale” (Lev18,18), e forse esso è frutto dell’esperienza di Rachele e Lia, anche se la loro rivalità è causata più dal padre Labano che non da Giacobbe.
Lia soffre di non essere di bell’aspetto e di venire trascurata, ma è feconda e lo mette avanti come attrattiva, era di fatto una ricchezza invidiabile all’epoca in cui il numero dei figli maschi indicava anche la stima e l’autorevolezza; Rachele è bella, è amata ma è sterile, e questo fa di lei una povera, che sperimenta un vuoto in cui entrano tanti sentimenti negativi (gelosia, rabbia, ribellione al Signore) che rischiano di non far vedere a lei e a noi il positivo, il fatto cioè che non le basti l’amore di Giacobbe per lei, una consolazione personale, vuole un futuro, tale era considerato un figlio, una benedizione divina, una apertura, per cui la levatrice può dire a Rachele che sta morendo al suo secondo parto “Non temere anche questa volta avrai un figlio”.
Rachele all’inizio se la prende con Giacobbe stesso “Dammi dei figli, se non io muoio!” (Gn 30,1), ma lui non si fa intercedente come Isacco per Rebecca, ma rimanda Rachele al confronto con Dio che solo ha il potere di aprir e chiudere il seno di una donna.
Rachele ricorre allora alla propria schiava Bila (il diritto allora lo contemplava), allora anche Lia vi ricorre con Zilpa, e quindi in fondo nulla cambia. Eppure è come se Lia stesse comprendendo la pena della sorella e le cede le mandragore, che un figlio le ha portato: queste erano ritenute capaci di dare fecondità. Chiede in cambio di poter passare la notte con Giacobbe senza aspettarsi altro e invece si rinnova la sua fecondità, che le fa sperare di divenire la preferita. Giacobbe pare obbedire alle sue donne, ne intuisce le pene? Non sappiamo, ma le due sorelle sembrano meno rivali e più solidali, E finalmente anche Rachele, riconosciuto il suo essere amata come dono senza merito, ha un figlio, Giuseppe, che chiama in modo che sia ricordato il suo desiderare ancora figli: “Jahve aggiunga” in ebraico significa Giuseppe.
In Rachele e Lia, ambedue madri, lo spirito di contesa cede ad una certa mitezza e sapienza nel loro assecondare, concordi, la fuga di Giacobbe da Labano, loro padre, che sia con loro che con Giacobbe si è mosso più per interesse che per stima e affetto. Ambedue le sorelle per il padre sono state più oggetti di scambio che persone e Rachele pare voler fare uno sfregio al padre rubando gli idoli paterni; così proprio lei, l’amata, ascolta una sentenza di morte da parte di Giacobbe (Gn 31,31) che non sa che è lei la colpevole. Ma Rachele divenuta madre non è più arrabbiata col Dio di Israele, anzi disprezza gli idoli paterni sedendoci sopra mestruata, cosa che rendeva impuro quanto veniva toccato e di fatto per Labano è cosa impensabile, per cui non li cerca dove lei si trova. La situazione diventa occasione di confronto tra Giacobbe e Labano, si chiariscono e fanno una alleanza senza inganni, e Labano finisce per benedire.
Consapevole o meno Rachele ha tessuto relazioni costruttive e mantiene il suo stato di amata, in quanto è messa col suo figlio nella posizione meno esposta, mentre Giacobbe si accinge ad incontrare il fratello Esaù. Il Signore poco prima, nella famosa lotta notturna, gli conferma la sua vocazione e gli cambia il nome in Israele. Giacobbe però rientra nella terra dei padri con 11 figli, gli manca il dodicesimo che indicherebbe pienezza, completezza. Di questi divenne incinta Rachele che però muore dandolo alla luce, lasciandolo a sostituirla in un certo senso nel cuore di Giacobbe che lo chiama Beniamino, perché il figlio del dolore di lei diventi di buon augurio,e sia il figlio della Terra Promessa.
Rachele fu sepolta sulla strada verso Betlemme (Efrata), un “piccolo” villaggio” da cui uscirà il dominatore di Israele (cf Michea 5,1): ancora una volta la piccolezza amata non è ostacolo all’espansione, il desiderio di figli di Rachele diviene amore per la vita di tutti i figli di Israele di tutti i tempi. E’ forse la matriarca più significativa, perché muore dando vita
Leggono la sua figura le profezie:
Esulta, o sterile che non hai partorito, prorompi in grida di giubilo e di gioia, tu che non hai provato i dolori, perché più numerosi sono i figli dell’abbandonata che i figli della maritata, dice il Signore. Allarga lo spazio della tua tenda, stendi i teli della tua dimora senza risparmio, allunga le cordicelle, rinforza i tuoi paletti, poiché ti allargherai a destra e a sinistra e la tua discendenza possederà le nazioni, popolerà le città un tempo deserte. Non temere, perché non dovrai più arrossire; non vergognarti, perché non sarai più disonorata; anzi, dimenticherai la vergogna della tua giovinezza… (Is 54 1s).
«Una voce si ode a Rama, un lamento e un pianto amaro: Rachele piange i suoi figli, e non vuole essere consolata per i suoi figli, perché non sono più». Dice il Signore: «Trattieni il tuo pianto, i tuoi occhi dalle lacrime, perché c’è un compenso alle tue fatiche – oracolo del Signore –: essi torneranno dal paese nemico. (Ger 31,15-16).
Rachele che è stata la consolazione di Giacobbe esule diventa consolazione per tutti gli esiliati, e forse proprio per questo lei sola, tra i patriarchi e mogli (Lia compresa), non è sepolta nella grotta di Macpela, è in esilio come i tanti figli di Israele lungo i tempi, il suo pianto è dentro un disegno di salvezza (cf citazione in Mt 2,16-18) in cui Dio Padre non vuole che nessuno si perda (Gv 6,39).
Rachele l’amata non si chiude in quella predilezione che pure l’avvolgeva, ma vive la sua vicenda guardando lontano, al popolo di cui è una delle matriarche riconosciute (Rut 4,11 con Lia). Ha attraversato le porte del dolore e della morte per dare la vita consapevolmente e da piccola e povera portare salvezza.
Rachele nei padri[1] è immagine della chiesa che piange i figli perduti (cf la Salve Regina) e quindi lo è anche di Maria che intercede per i peccatori: Maria non è la minore secondo la carne, ma lo è secondo lo Spirito, è l’umile per eccellenza che non pone ostacoli ai disegni del Signore. Nel Medioevo Rachele è anche simbolo della contemplazione, una che sa guardare all’essenziale (in questo senso Santa Chiara invita Agnese a diventare un’altra Rachele, cf Letttera seconda.), mentre Lia, per i tanti figli, diventa simbolo della vita attiva (predicazione). Per lo più non si voleva contrapporre le due sorelle, ma farne cogliere il dono diverso, come poi accade con Marta e Maria in Luca. Nella storia di Rachele e Lia è in un certo senso Giacobbe, a cui non manca la capacità di lavorare né quella di avere una relazione particolare con Dio che cammina con lui, “Ecco, io sono con te e ti proteggerò ovunque andrai” (Gn28,15) fino a fargli sperimentare esperienze che possiamo
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[2] Vedi Gregorio Magno, Omelie su Ezechiele II,2
dire mistiche (il sogno e la lotta), che mette le due sorelle in consonanza per compiere la sua missione di formare un popolo. C’è per tutti, però, un cammino di piccolezza, la sola che sconfigge pretese e arroganze e crea comunione.