Un giorno mi chiamai  Luna (Gennaio 2001 racconto)

 

Luna aveva finito per essere il suo nome: così l’aveva chiamata il fratellino appena l’aveva vista per la sua faccia tonda o chissà perché, Di fronte a quel nome erano finite, all’improvviso, le discussioni di chi la voleva “ Teresa’’ e chi la voleva “Lorenza” per il giorno in cui era nata.

Luna di primavere ne aveva ancora poche, mentre si specchiava in un fiume che scorre tra terre ricche di storia, ma il suo cuore batteva con una tale intensità che pareva aver accumulato già tante esperienze. Forse non ne aveva poi vissute molte, ma aveva osservato tante cose! Non si lasciava sfuggire nulla e tutto rielaborava, instancabile, dentro di sé e se lo lasciava cadere nel fondo.

Forse l’aveva introdotta a questo procedimento, quel prendere contatto, sola, nel segreto, col suo essere donna, con quel sangue che usciva dal suo corpo, prima di sapere cosa fosse: aveva atteso in silenzio le conseguenze che temeva, ma non c’erano. Forse si aspettava di morire e invece scoprì che era vita e pianse in un modo che nessuno comprese. A undici anni ci si può preparare, senza averne piena coscienza, a consegnarsi al mistero della vita oltre la vita e si fa fatica a perdonare chi ha svuotato di senso questo percorso interiore con un semplice “guarda, che è normale…”: non glielo avevano neppure accennato  e in quel  momento  Luna non aveva neppure prestato attenzione al seguito…

E poi Luna pareva lo stesso prepararsi a qualcosa di grande.  Nessuno si accorgeva che non era più una bambina e che quanto le veniva  offerto come segno del suo crescere verso gli anni 60, un orologio, un paio  di scarpe con i tacchetti, un libro impensato sugli amori di qualche grande, un film romantico, una festa da ballo, non soddisfaceva l’immagine della vita che Luna si era fatta, no, neppure la festa dei diciotto anni con i cadetti dell’Aeronautica la attirava.

Pochi anni prima aveva esperimentato direttamente come basta un attimo a portare via tutto di una vita: un fiume straripa e tu resti viva solo per qualche secondo, il tempo di fare di corsa due rampe di scale fino al secondo piano di quella gran casa, nel centro della città, che ti aveva allontanato da quella tanto cara della fanciullezza, e di affacciarti e vedere l’acqua più alta di te che trasporta via auto, mobili, interi negozi…ogni cosa.

Luna in quella occasione sognò di poter aiutare qualcuno e invece fece l’esperienza della sua impotenza di iniziativa e di forza: poteva solo esserci con il suo tempo, la sua vita e quel suo voler bene che risultava inverosimile, perché non risolveva mai nulla. E, alla fine, il fatto che le sue cose non fossero state travolte dalle acque lo senti quasi come un essere esclusa dalla vita.

Cos’era dunque la vita?

Per gli altri la “vita” era la sua, sostanzialmente fortunata, ma per lei questo non era vero.

Cominciò a indagare sui libri e trovò tante risposte-non risposte.

 

 

Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai,

silenziosa luna?…..

E tu certo comprendi

il perché delle cose, e vedi il frutto

del mattin, della sera,

del tacito, infinito andar del tempo.

……..

Sono questi, versi di Leopardi, ma anche l’esperienza di una giovane donna che si interrogava sulla vita e sul suo futuro su un colle della sua città in una notte di luna piena … quale mistero al di là della luna, di Luna?

Il tempo passò e Luna si ritrovò a contemplare la luna che si specchiava nel mare Ionio, nell’incanto delle sere luminose del Sud e la domanda, in fondo, era ancora là.

Eppure tutto era diverso, Luna era circondata da relazioni di lavoro e da amicizie calde, ricche di scambio a tutti i livelli. Solo quando era con Donato sembrava che non ci fossero più domande: vi era come un incanto, una corrispondenza per cui tutto scorreva senza straripare e dominava una serenità tranquilla. Lavoravano insieme, a volte si vedevano anche fuori tra gli amici comuni. Qualcuno cercava che si incontrassero più sovente, secondo il rituale dei tempi e del luogo che Luna capi solo dopo. In realtà attorno a loro ormai parole e sguardi approvavano l’intesa con pazienza, ma  anche con qualche sollecitazione. Finalmente un giorno Luna e Donato si guardarono dritto negli occhi, sussultarono e fu chiaro ad entrambi quanto già erano preziosi l’uno per l’altro.

La famiglia di lui era pronta ad esultare, Luna sapeva invece che non sarebbe stato facile con la propria, così poco aperta verso il Sud, comunque era abituata a scelte indipendenti, di rottura con essa, forse ci sarebbe stata indifferenza, quel tanto da far sentire ancora una volta a Luna, che la vita è come una parte del nostro corpo: se non duole, non ci si accorge che c’è. Era questa la risposta a cui Luna era arrivata: la vita è ciò che è dentro le pene, al di sopra, al di sotto, oltre il momento magico, in cui la vita non duole, è un lampo perché solo la vita che duole è fecondità, proprio come sperimenta la donna nella sua carne.

Non era questo che faceva esitare Luna, c’era dentro il cuore qualcosa con cui doveva fare i conti. Era bello questo scoprirsi, incontrarsi, valorizzarsi, completarsi, armonizzare, ma doveva essere sincera, non le bastava!

Un altro volto, più misterioso, invisibile eppur più luminoso di ogni altro in quel suo apparire da una lontananza abissale, da “oltre” la incantava da quella lontana notte di luna e faceva sì che non c’era spazio nel suo cuore che andasse al di là della semplice amicizia per Donato: mistero del cuore umano che riesce ad affidarsi con una concretezza incidente tutto il proprio essere, carne e sangue, all’Amore fonte di ogni amore.